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Riverside International Raceway: il circuito perduto della California

Nel settembre del 1957 un circuito stradale nuovo di zecca aprì i battenti tra le colline aride e battute dal vento di Edgemont, in California, a un centinaio di chilometri a est del centro di Los Angeles. Nei tre decenni successivi il Riverside International Raceway ospitò un Gran Premio di Formula 1, un quarto di secolo di gare NASCAR, il tuono della Can-Am, classiche di durata e i primissimi duelli dell'IROC. Poi, nell'estate del 1989, i cancelli si chiusero per sempre. Oggi un centro commerciale e parchi industriali coprono il terreno dove un tempo le esse serpeggiavano tra la sterpaglia, e Riverside è diventato l'esempio americano per eccellenza del grande circuito sacrificato alla speculazione immobiliare.

Figlio del boom del dopoguerra

A metà degli anni Cinquanta la California meridionale era il cuore pulsante della passione motoristica americana. I reduci di guerra avevano portato a casa il gusto per le auto sportive europee, la scena delle hot rod esplodeva, e le corse improvvisate su piste aeroportuali e strade pubbliche attiravano folle che quei luoghi non potevano più contenere in sicurezza. Ciò che mancava alla regione era un circuito stradale permanente, costruito apposta per correre. Riverside colmò esattamente quel vuoto. Tracciato su terreni da ranch a buon mercato nella zona di Edgemont, vicino alla città di Riverside, il circuito aprì nel settembre 1957 e attirò in fretta i nomi più importanti delle corse della costa occidentale. La posizione non aveva nulla di affascinante — calda, polverosa, spesso spazzata dai venti del deserto — ma la terra costava poco e il tracciato era una sfida autentica. Quando dal 1958 il Los Angeles Times cominciò a sponsorizzare una grande gara per vetture sport, il Times Grand Prix, il circuito guadagnò un evento di cartello e una copertura mediatica che poche piste americane potevano eguagliare. Sotto la lunga gestione di Les Richter, ex stella dei Los Angeles Rams passata al motorsport, Riverside divenne uno degli impianti meglio amministrati del Paese.

Nove curve e un miglio a tutto gas

Il tracciato di Riverside era uno studio sui contrasti. Nella versione più lunga il giro misurava circa 5,3 chilometri, mentre la NASCAR usava di solito una variante più corta di circa 4,2 chilometri, che tagliava parte del tratto tortuoso iniziale. La prima metà del giro era puro ritmo: dopo la prima curva la strada saliva e scendeva attraverso una celebre sequenza di esse, una catena fluida di pieghe in cui un errore in una curva si propagava alle tre successive. Poi arrivava il contrappunto: un rettilineo posteriore lungo quasi due chilometri, uno dei più lunghi delle corse americane, dove le sport della Can-Am e le stock car con i grossi V8 raggiungevano velocità impressionanti prima di piombare sui freni per la curva 9, un'ampia piega a destra leggermente sopraelevata che riportava le vetture sul rettilineo dei box. L'ambiente era spietato quanto il tracciato. Le vie di fuga erano per lo più terra battuta e cespugli, il caldo estivo torturava motori e pneumatici, e la polvere onnipresente si insinuava dappertutto. I piloti rispettavano Riverside; molti ne temevano apertamente alcuni tratti.

Il giorno in cui la Formula 1 arrivò in California

Per un fine settimana di novembre del 1960, Riverside si ritrovò al centro del mondo delle corse. Il Gran Premio degli Stati Uniti, ultima prova della stagione di Formula 1, si disputò sul circuito californiano, e Stirling Moss lo vinse al volante di una Lotus privata schierata dalla squadra di Rob Walker. Avrebbe dovuto essere un trionfo per le corse su strada americane, ma il titolo mondiale era già stato assegnato mesi prima a Jack Brabham, l'organizzazione incontrò mille difficoltà e il pubblico rimase molto al di sotto delle attese. La gara chiuse in perdita e la Formula 1 non tornò mai più a Riverside; dal 1961 il Gran Premio degli Stati Uniti trovò una casa stabile a Watkins Glen, nello stato di New York. Eppure la corsa del 1960 lasciò a Riverside un primato che pochissime piste americane possono vantare: una prova vera del campionato mondiale di Formula 1, vinta da uno dei più grandi piloti di sempre, su un circuito che oggi non esiste più.

La casa della NASCAR sulla costa occidentale

Se la Formula 1 fu solo di passaggio, la NASCAR entrò stabilmente nell'identità di Riverside. Le stock car vi corsero per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta, e dal 1963 la Motor Trend 500 rese il circuito un appuntamento fisso del calendario Grand National. La gara divenne presto terreno di caccia di Dan Gurney, il fuoriclasse californiano capace di vincerla cinque volte negli anni Sessanta, guadagnandosi il titolo ufficioso di re di Riverside. I circuiti stradali erano territorio alieno per la maggior parte dei piloti di stock car dell'epoca, e questo faceva di Riverside il paradiso degli specialisti delle corse su strada, iscritti come battitori liberi. Per molte stagioni il calendario NASCAR si aprì proprio a Riverside, in gennaio: i campioni della categoria iniziavano la caccia al titolo non su un ovale del Sud, ma su un circuito stradale californiano, settimane prima della Daytona 500. Negli ultimi anni la pista ospitò due gare di Cup a stagione. L'ultima, la Budweiser 400 del giugno 1988, fu vinta da Rusty Wallace: un asso dei tracciati stradali che chiudeva tre decenni di storia delle stock car nel deserto.

Can-Am, endurance e il primo IROC

Il pedigree sportivo di Riverside nelle gare per vetture sport era altrettanto profondo. Il Times Grand Prix, nato nel 1958, crebbe fino a diventare una delle corse su strada più ricche e frequentate d'America, capace di attirare ogni autunno le stelle internazionali da oltre Atlantico. Quando nel 1966 nacque il campionato Can-Am, Riverside ne divenne una tappa naturale: il suo interminabile rettilineo posteriore era il palcoscenico perfetto per le vetture da pista più potenti mai costruite. Negli anni Settanta e Ottanta il campionato IMSA portò l'endurance sul tracciato, e comparvero anche le monoposto americane, che disputarono la Rex Mays 300 alla fine degli anni Sessanta per poi tornare all'inizio degli anni Ottanta. Riverside ospitò inoltre una vera innovazione del motorsport: le primissime gare dell'International Race of Champions, nell'autunno del 1973, in cui campioni di discipline diverse si sfidavano su Porsche preparate in modo identico. Pochi circuiti al mondo potevano vantare una simile varietà: Formula 1, NASCAR, Can-Am, IMSA, monoposto e IROC corsero tutte sullo stesso nastro d'asfalto californiano.

Il prezzo della velocità

La storia di Riverside porta con sé anche un filo oscuro, quello degli standard di sicurezza di un'epoca messi alla prova da una pista veloce e senza compromessi, piantata nel deserto. Nel gennaio 1964 Joe Weatherly, campione NASCAR in carica per il secondo anno consecutivo, morì per le ferite riportate quando la sua vettura colpì il muro della curva 6 durante la Motor Trend 500: una tragedia che spinse la categoria verso cinture migliori e l'adozione delle reti ai finestrini. Nell'agosto 1966 Ken Miles, reduce dalle sue imprese con la Ford a Le Mans e a Daytona, perse la vita a Riverside mentre collaudava la sperimentale Ford J-car, una perdita che sconvolse il mondo dell'endurance. E nel 1983 il veterano tedesco Rolf Stommelen morì in seguito a un incidente in una gara di durata IMSA sul circuito. Ognuno di questi drammi appartiene al racconto più ampio di uno sport che imparò lentamente, dolorosamente, a proteggere i suoi piloti; insieme spiegano perché perfino i più coraggiosi di quell'epoca parlassero di Riverside con un rispetto venato di timore.

Venduto, chiuso, cementificato

Ciò che alla fine uccise Riverside non fu il pericolo, ma la geografia. Il deserto vuoto che negli anni Cinquanta aveva reso quel terreno così economico era diventato, negli anni Ottanta, suolo edificabile di prima scelta, mentre l'Inland Empire cresceva vertiginosamente e la comunità circostante si costituiva in città con il nome di Moreno Valley. I quartieri residenziali strisciavano verso le recinzioni, il valore dei terreni schizzava alle stelle e il calcolo divenne irresistibile: come area edificabile il sito valeva infinitamente più che come autodromo. L'ultima gara di NASCAR Cup si corse nel giugno 1988, gli ultimi eventi si spensero nella stagione successiva e nell'estate del 1989 il circuito chiuse per sempre. Nel giro di pochi anni il Moreno Valley Mall e le aree commerciali circostanti sorsero sopra il vecchio asfalto. Oggi sul posto non resta praticamente nulla della pista: niente tribune, niente asfalto, solo ricordi, fotografie e le testimonianze di chi vi ha corso. Riverside è diventato il simbolo di un'intera categoria di perdite: i grandi circuiti americani cancellati dalla crescita urbana.

Sulla mappa

Riverside sarà anche scomparso, ma il mondo a cui apparteneva esiste ancora. La nostra map interattiva censisce migliaia di impianti motoristici in tutto il pianeta: circuiti in attività, speedway e tracciati stradali, compresi molti luoghi storici della California e dell'Ovest americano. Fate zoom sull'area di Los Angeles, seguite le piste che sono sopravvissute e osservate con i vostri occhi quanto sia cambiato il paesaggio che un tempo ospitava il Riverside International Raceway.