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Phoenix Raceway sotto la lente: il miglio dell'Arizona con il dogleg

C'è un punto, nel deserto a sud-ovest di Phoenix, dove la geometria degli ovali americani smette di seguire le regole. Il Phoenix Raceway di Avondale, in Arizona, misura un miglio esatto per giro, eppure non assomiglia a nessun altro miglio del continente: le sue curve hanno una pendenza minima, le due estremità del tracciato non sono speculari e uno dei rettilinei si piega a metà in quella flessione che tutti chiamano dogleg. Dal 1964 questa pista ai piedi delle Estrella Mountains mette alla prova i migliori piloti d'America, e ancora oggi separa con precisione chirurgica chi guida da chi si limita a girare.

Anatomia di un miglio fuori dagli schemi

Prendete la pianta di un ovale classico e sovrapponetela a quella di Phoenix: non combacia nulla. Un'estremità del tracciato è più stretta e piatta, l'altra più larga e aperta, così una vettura equilibrata in un settore risulta nervosa nell'altro. Gli ingegneri devono scegliere quale metà del giro sacrificare, e i piloti convivono con il compromesso per centinaia di giri. La pendenza delle curve si ferma a pochi gradi, una frazione di quella dei superspeedway ad alta inclinazione: qui la pista non sostiene la macchina, non regala velocità di percorrenza, non perdona un assetto sbagliato. Tutto va costruito con l'aderenza meccanica, con la disciplina sull'acceleratore, con la scelta della traiettoria. È il motivo per cui i veterani descrivono Phoenix come una pista con cui si tratta, non che si aggredisce.

Il dogleg: la curva che non ti aspetti

La firma del tracciato è quella piega dolce ma decisiva che interrompe quello che altrove sarebbe un semplice rettilineo. A ogni passaggio il pilota deve scegliere: assecondare l'arco della traiettoria ideale oppure tuffarsi all'interno, sull'apron, e tagliare la curva quasi in linea retta. Alle ripartenze, con il gruppo compatto, le vetture si allargano su tre o quattro file e il dogleg si trasforma in una vera zona di sorpasso, probabilmente il tratto d'asfalto più inquadrato dalle telecamere. Il rifacimento del 2011 ha allargato e accentuato la piega, aprendo l'apron alla corsa e introducendo una pendenza variabile tra le corsie; la grande ristrutturazione completata nel 2018 ha poi spostato la linea del traguardo sul vecchio rettilineo opposto, portando il dogleg proprio sul rettilineo principale. Da allora ogni partenza lancia il gruppo dritto verso la piega, davanti alla tribuna centrale.

Sabbia, cactus e le Estrella Mountains

Il paesaggio non è una semplice cornice. Attorno ad Avondale si estende l'ambiente arido del deserto di Sonora: colline sassose, saguari, una luce che non concede tregua. Oltre le curve si alza un rilievo naturale che i tifosi chiamano da sempre Rattlesnake Hill, la collina dei serpenti a sonagli, dalla quale intere generazioni hanno seguito le corse sedute direttamente sul terreno del deserto. Ma il clima dell'Arizona entra anche nel cronometro: il sole invecchia l'asfalto a ritmi accelerati, la gomma si deposita in modo irregolare e l'aderenza migra da una corsia all'altra nel corso del fine settimana. La linea vincente delle prove può tradire in gara, e le squadre che trionfano qui sono quelle capaci di leggere l'evoluzione della pista ora dopo ora, oltre che i dati della telemetria.

Una storia iniziata nel 1964

L'impianto nasce nel 1964 con il nome di Phoenix International Raceway, quando il grande motorsport americano stava appena scoprendo l'Arizona. Per decenni il miglio è stato terra di monoposto: prima le vetture del campionato USAC, poi quelle di CART e IndyCar ne hanno fatto uno dei banchi di prova su ovale più rispettati degli Stati Uniti, con un breve ritorno della IndyCar a metà degli anni Duemiladieci. Nei primi anni il complesso comprendeva anche un tracciato stradale che si snodava oltre l'ovale, segno che i fondatori immaginavano una casa polivalente per le corse nel deserto. Nel 1988 arriva la NASCAR con la sua serie maggiore, e il circuito del sud-ovest diventa definitivamente un appuntamento istituzionale del calendario americano. Per gran parte della sua storia NASCAR la pista ha ospitato due weekend di Cup Series a stagione, uno in primavera e uno in autunno: un doppio appuntamento che dice molto del peso del miglio del deserto nel calendario e che ha costretto intere generazioni di piloti a reimparare due volte l'anno i segreti di questo asfalto.

Vittorie, leggende e un giro al contrario

Il debutto della Cup Series nel 1988 regala subito una pagina indimenticabile: Alan Kulwicki conquista a Phoenix la sua prima vittoria nella massima serie e festeggia percorrendo un giro d'onore in senso orario, al contrario, il suo celebre Polish victory lap, entrato per sempre nel folclore delle stock car. Decenni più tardi il miglio trova il suo padrone: Kevin Harvick accumula nove vittorie in Cup Series ad Avondale, più di qualunque altro pilota su questa pista e uno dei record su singolo circuito più impressionanti dell'era moderna. In mezzo, un intero almanacco del motorsport americano: i grandi delle monoposto dell'epoca USAC e CART, i campioni delle stock car di ieri e di oggi. Pochi luoghi al mondo collegano così tante epoche dello sport su un unico nastro d'asfalto lungo un miglio.

Serate da titolo

Per anni la gara autunnale di Phoenix è stata la ghigliottina dei playoff: l'ultima occasione per guadagnarsi la finale che si correva altrove. Nel 2020 la NASCAR ha ribaltato la prospettiva trasferendo ad Avondale l'intero championship weekend: i titoli di Cup Series, Xfinity Series e Truck Series si sono decisi tutti sul miglio del deserto. Chase Elliott vi ha conquistato la prima corona assegnata in Arizona, seguito negli anni da campioni come Kyle Larson, Joey Logano e Ryan Blaney. Assegnare un titolo su un miglio piatto anziché su un anello ad alta velocità cambia la natura della sfida: niente roulette delle scie, ma una battaglia di posizione in pista, strategia ai box e velocità pura in curva. La NASCAR ha poi annunciato una rotazione delle sedi della finale, ma gli anni dei titoli hanno inciso Phoenix in modo permanente nella storia recente della disciplina.

Il weekend di gara visto dagli spalti

La grande ristrutturazione completata nel 2018 non ha cambiato soltanto la geografia sportiva del tracciato: ha riscritto l'esperienza del pubblico. L'impianto si è dotato di nuove tribune e di box moderni, ma soprattutto ha aperto l'infield ai tifosi, che nei giorni di gara possono passeggiare nel cuore dell'ovale e osservare da vicino il lavoro delle squadre — una vicinanza che pochi altri impianti americani offrono. In quel periodo la pista ha corso per un paio di stagioni con il nome sponsorizzato di ISM Raceway, prima di tornare nel 2020 alla denominazione Phoenix Raceway. C'è poi la particolarità del terreno: oltre alle tribune, una parte del pubblico ha sempre amato seguire la corsa dal pendio che domina la pista, erede dello spirito della vecchia Rattlesnake Hill, quando gli spettatori si sedevano direttamente sulla sabbia del deserto. Gli appuntamenti principali cadono nei mesi più miti dell'Arizona, con cieli quasi sempre sereni e tramonti che incendiano l'orizzonte dietro le Estrella Mountains mentre in pista si corre ancora. La vicinanza alla metropoli di Phoenix, con aeroporto, hotel e attrazioni a breve distanza, completa il quadro: per molti appassionati il weekend di gara diventa l'occasione di un vero viaggio nel sud-ovest americano.

Sulla mappa

Il Phoenix Raceway è soltanto una puntina su una mappa molto più grande. Per capire come il miglio dell'Arizona si inserisce nella geografia mondiale di circuiti, ovali e speedway — e per scoprire le piste più vicine a voi — aprite la nostra mappa interattiva e cominciate a esplorare: allontanatevi dalle Estrella Mountains fino ad abbracciare tutti i continenti, filtrate per tipo di tracciato, confrontate le forme. Vista dall'alto, la piega del dogleg racconta tutta la sua storia.