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Mille Miglia: viaggio nel percorso da Brescia a Roma e ritorno

A Brescia, il rito era sempre lo stesso: le vetture salivano una alla volta sulla pedana di partenza e si tuffavano nella notte o nel primo mattino, una ogni minuto, con il numero di gara che nel dopoguerra coincideva con l'orario di partenza. Il 722 di Stirling Moss, nel 1955, voleva dire semplicemente le 7 e 22 del mattino. Davanti a loro, circa 1.600 chilometri di strade statali e provinciali aperte, da percorrere tutte d'un fiato fino a Roma e ritorno: mille miglia romane attraverso la pianura padana, la costa adriatica, gli Abruzzi, la Toscana e i passi dell'Appennino. Dal 1927 al 1957, per ventiquattro edizioni, questa corsa trasformò l'Italia intera in un circuito.

Quattro amici e una città ferita

La Mille Miglia nacque a Brescia da un misto di orgoglio e di rivalsa. La città era stata tra le culle dell'automobilismo italiano, ma il baricentro dello sport si era spostato verso il nuovo autodromo di Monza, alle porte di Milano. A reagire furono quattro uomini passati alla storia come i quattro moschettieri: il conte e pilota Aymo Maggi, il facoltoso Franco Mazzotti, l'organizzatore Renzo Castagneto e il giornalista Giovanni Canestrini. La loro risposta a Monza fu volutamente smisurata: non un altro circuito chiuso, ma una corsa sulle strade di tutti i giorni, da Brescia a Roma e ritorno. Poiché la distanza corrispondeva all'incirca a mille miglia romane, fu Mazzotti a suggerire il nome. La prima edizione partì nel marzo del 1927 e, quasi a suggello dell'impresa, la vinse una OM costruita proprio a Brescia, guidata da Ferdinando Minoia e Giuseppe Morandi dopo circa ventuno ore di marcia ininterrotta.

Il tracciato preciso cambiava di edizione in edizione, secondo le scelte degli organizzatori, ma la forma di fondo rimase sempre quella: un immenso anello con Brescia come partenza e arrivo e Roma come giro di boa. Le strade erano chiuse al traffico solo in teoria. Milioni di spettatori si assiepavano ai bordi, nelle piazze, sui ponti e sui balconi, a pochi passi dalle vetture lanciate alla massima velocità. Non si correva ruota contro ruota ma contro il cronometro, e proprio questa formula rese la Mille Miglia una gara di conoscenza oltre che di coraggio: chi sapeva a memoria una curva cieca dietro un filare di platani, un passaggio a livello, un dosso in uscita da un paese, aveva un vantaggio che nessun cavallo in più poteva compensare.

L'andata: la pianura, l'Adriatico, gli Abruzzi

Nella configurazione classica del dopoguerra, il percorso lasciava Brescia verso est e attraversava la pianura padana toccando Verona, Vicenza e Padova: rettilinei piatti e velocissimi, spesso alberati, dove alla massima velocità non esisteva margine d'errore. Per Ferrara e Ravenna si raggiungeva la costa adriatica e la corsa cambiava pelle. Tra Rimini, Pesaro e Ancona la strada si infilava tra le case, i lungomare e i passaggi a livello, mentre scendendo verso Pescara si aprivano lunghi tratti a tutto gas in cui le vetture più potenti facevano il vuoto. A Pescara il tracciato voltava le spalle al mare e saliva tra le montagne d'Abruzzo, dalle parti dell'Aquila, prima di scendere su Roma. Tra i piloti circolava un detto diventato quasi una superstizione: chi è primo a Roma non vince a Brescia. Gli albi d'oro gli diedero ragione abbastanza spesso da tenerlo in vita.

Il ritorno: Radicofani, Siena, la Futa e la Raticosa

I veterani sapevano che la gara si decideva sulla via del ritorno. Da Roma si risaliva verso nord attraverso il Lazio e la Toscana meridionale, con la lunga ascesa di Radicofani, poi Siena e Firenze. Seguiva il tratto più rispettato e temuto dell'intero percorso: la traversata dell'Appennino sui passi della Futa e della Raticosa, sulla strada per Bologna. Una sequenza senza tregua di tornanti, dossi e discese in cui i freni perdevano mordente, i motori scaldavano e la stanchezza accumulata dall'alba presentava il conto. Un'auto agile e ben bilanciata poteva recuperare in montagna tutto ciò che la pura potenza le aveva tolto sui rettilinei della costa. Dopo Bologna la pianura si riapriva per lo sprint finale, per Modena e poi, a seconda degli anni, Piacenza o Cremona, fino al traguardo di Brescia, dove gli equipaggi arrivavano dopo un'intera giornata passata al limite.

Nuvolari, Biondetti e gli eroi della strada

Nessun pilota è legato alla Mille Miglia quanto Tazio Nuvolari, il mantovano la cui vittoria del 1930 generò una delle leggende più care all'automobilismo: si racconta che inseguì il rivale Achille Varzi nella penombra dell'alba a fari spenti, per rivelarsi solo quando ormai era troppo tardi per reagire. Vera alla lettera o no, la storia dice esattamente che cosa premiava questa corsa: conoscenza della strada, freddezza e astuzia, non solo velocità pura. Il re dell'albo d'oro resta Clemente Biondetti, con quattro vittorie assolute mai eguagliate, mentre l'ultima edizione, quella del 1957, fu vinta da Piero Taruffi su Ferrari, al coronamento di una lunga carriera. Attorno a questi nomi, la corsa costruì il mito delle grandi case italiane: le Alfa Romeo dominatrici dell'anteguerra e le Ferrari e Maserati protagoniste degli anni Cinquanta.

Il 1955 di Moss e Jenkinson: la corsa perfetta

L'edizione del 1955 merita un capitolo a sé. Stirling Moss e il giornalista Denis Jenkinson, sulla Mercedes-Benz 300 SLR numero 722, coprirono l'intero percorso in dieci ore, sette minuti e quarantotto secondi, alla media di quasi 158 km/h: la Mille Miglia più veloce di sempre, un primato rimasto imbattuto. Il segreto, oltre alla vettura e al talento di Moss, stava in un'idea di Jenkinson: aveva riportato le ricognizioni del percorso su un lungo rotolo di carta custodito in un astuccio di alluminio, e durante la gara leggeva la strada in anticipo, comunicando con Moss attraverso gesti convenuti. Era, in sostanza, la nascita delle note di percorso del rally moderno, e permise a un inglese di battere gli italiani sulle strade di casa loro.

Guidizzolo e la fine della corsa

La stessa vicinanza tra le macchine e la vita quotidiana che aveva creato il mito rese la corsa insostenibile. Muri, alberi, fossi e folle senza protezione costeggiavano la traiettoria, e le velocità degli anni Cinquanta avevano ormai superato ciò che quelle strade potevano sopportare. Nell'edizione del 1957, a pochi chilometri dall'arrivo, la Ferrari del nobile spagnolo Alfonso de Portago uscì di strada ad altissima velocità nei pressi di Guidizzolo, nel Mantovano, in seguito al cedimento di uno pneumatico, piombando sugli spettatori. Morirono de Portago, il suo copilota Edmund Nelson e diverse persone del pubblico, tra cui dei bambini. Lo sdegno fu enorme, lo Stato vietò le corse di velocità su strada aperta e la Mille Miglia, dopo ventiquattro edizioni, cessò di esistere nella sua forma originaria. Enzo Ferrari l'aveva definita la corsa più bella del mondo; era diventata anche indifendibile.

La rievocazione: un museo che viaggia

Il nome, però, non morì. Dal 1977 la Mille Miglia rivive come gara di regolarità per auto storiche, riservata ai modelli dei tipi che parteciparono, o furono ammessi, alle edizioni originali tra il 1927 e il 1957. Ogni anno una carovana di Alfa Romeo, OM, BMW, Ferrari, Maserati e Mercedes dal valore inestimabile ripercorre un itinerario tra Brescia e Roma, salutata da paesi interi scesi in strada: non a caso la si definisce spesso un museo viaggiante. A Brescia, un museo dedicato alla Mille Miglia, ospitato in un antico complesso monastico, custodisce le vetture, le fotografie e i documenti della corsa originale, e la città resta ciò che i fondatori vollero: la capitale delle mille miglia.

Sulla mappa

Il modo migliore per capire la scala della Mille Miglia è seguirne la geografia con i propri occhi: da Brescia attraverso la pianura padana, giù lungo l'Adriatico fino a Roma e ritorno per i passi toscani. Sulla nostra mappa interattiva puoi esplorare la straordinaria densità di luoghi del motorsport in Italia, dai circuiti di Monza e Imola alle città e alle strade che formarono un tempo il percorso di gara più bello del mondo, e scoprire quanto sia ancora vivo il motorsport nel paese che inventò la corsa delle mille miglia.